Creatività taumaturgica

Avevo più o meno otto anni quando sentii parlare per la prima volta di cancro. Era il 1993, o il ’94, e allora i genitori avevano ancora un certo controllo sul tipo di informazioni a cui i figli – specialmente i più piccoli – potevano venire esposti. Alla mia nonna materna, l’unica che ho avuto la fortuna di conoscere, fu diagnosticato un cancro al seno. Un paio d’anni dopo toccò a una delle sorelle di mio padre, Amalia. Combatté per anni e per un attimo sembrava che il male se ne fosse andato, ma non fu così. Ogni volta che ci vedevamo mi donava un libro. L’ultimo volume che mi regalò, prima che iniziassi il liceo classico, fu un vecchio dizionario di Greco – l’odiatissimo Rocci – che tutt’ora conservo come un tesoro. Ero alle superiori quando ci lasciò. Alla mia cara nonna andò molto meglio, e visse ancora una ventina d’anni.

Non avevo idea di cosa si trattasse esattamente, ma sapevo che di cancro si moriva. Anni dopo toccò a un mio carissimo amico, che il 17 settembre di ogni anno mi telefonava alle 21:30 esatte – ora della mia nascita – per farmi gli auguri. Magari avevamo passato l’intera giornata insieme a scuola; ma lui non mi augurava buon compleanno fino alle 21:30. Nessuno ha mai più fatto una cosa simile per me, e ne sono felice. Perché quel rituale, in quel momento, rimarrà per sempre solo nostro.

Ognuno di noi ha perso qualcuno di caro, o lo ha temuto. Pochissimi anni fa entrambi i miei genitori, a distanza di un paio di mesi, sono stati chiamati alle armi e, grazie al lavoro dei medici che li hanno assistiti, hanno vinto la battaglia. Mia madre fu operata il giorno in cui conseguii il master a Los Angeles: fu terribile passare quella giornata di festa lontana dalla mia famiglia, consapevole di ciò che in quel preciso momento stava succedendo a nove fusi orari di distanza. Mi fu impedito di tornare e di perdere uno dei giorni più memorabili della mia vita. L’avrei fatto anch’io, fossi stata nei loro panni.

Il lieto fine, però, non è garantito. Per Josh Mond non c’è stato. E ci ha fatto un film. 

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James White è la storia di un giovane scapestrato, tendente all’autodistruttività, alle prese col cancro terminale della madre. Una quasi-autobiografia (più avanti vi spiego il perché di questo quasi) su pellicola per il regista debuttante, già producer del thriller Martha Marcy May Marlene (2011) e del drammatico Simon Killer (2012), entrambi, come James White, presentati a Sundance.  James White l’anno scorso ci vinse il NEXT Audience Award, e si assicurò una limited release grazie a The Film Arcade.

Josh Mond, che ha studiato alla Tisch School of the Arts della NYU, non è da sottovalutare. Specialmente per essere riuscito a tradurre in immagini e parole un’esperienza traumatica e radicale come la perdita di un genitore.

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Josh Mond iniziò a scriverne la sceneggiatura proprio per esplorare e comprendere a fondo il suo stato emozionale dopo la morte della madre nel 2011. E mentre scriveva, decise di girare un corto “di prova” che intitolò 1009, chiedendo al suo caro amico nonché attore Christopher Abbott (l’insopportabile Charlie della serie Girls) di interpretare il ruolo di protagonista. E fu così che Mond non ebbe più dubbi: avrebbe continuato a scrivere la parte di James per Abbott.

Chi avrebbe interpretato la parte della madre di James, però, restava ancora una domanda senza risposta. Cynthia Nixon (l’indimenticabile Miranda di Sex And The City) incontrò il regista dopo aver letto lo script. La storia le interessava particolarmente poiché anche l’attrice perse la madre a causa di un tumore. Ma soprattutto perché lei stessa era una survivor. Per prepararsi ad interpretare il ruolo, la Nixon si basò sulla propria esperienza e quella del regista. E i gioielli che indossa nel film appartenevano alla madre.

Josh Mond, Kid Cudi, Christopher Abbott, Cynthia Nixon

James White è un film bellissimo e crudo. Il protagonista potrebbe essere un ventunenne newyorkese qualsiasi, e tale ci viene mostrato sin dalla prima scena del film. Beve, si impasticca, balla fino alle prime luci dell’alba. È edonistico e autolesionista. Il padre è morto da poco, la madre sta malissimo. Questa malattia James la usa come alibi il più delle volte. Ma è quando le cose iniziano a degenerare che decide di prendersi, finalmente, qualche responsabilità e rimboccarsi le maniche.

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Un paio di paragrafi fa scrivevo che questa è una quasi-autobiografia, perché la storia del film, come del resto di qualsiasi pellicola di impronta autobiografica, non è totalmente fedele alla realtà. Il regista ammette a Indiewire:

Non è certamente la mia vita. Ho anche una sorella fantastica, e delle zie. Mia madre aveva un gruppo di supporto meraviglioso fatto di amici. Siamo stati fortunati. Molta della mia storia non è presente nel film. Dopo che ho iniziato a lavorarci e condividere la sceneggiatura con amici, insegnanti e colleghi, il racconto è diventato un po’ anche loro. È diventato una collaborazione.

Una collaborazione che ha sicuramente aiutato Josh Mond anche a elaborare il lutto. Una gran mano gliel’ha data anche la musica, a dirla tutta. Nello specifico, quella di Kid Cudi. Che ascoltava, traccia dopo traccia. Josh Mond non conosceva Kid Cudi, ma si rese conto che aveva il potere di migliorare il suo stato d’animo. Prestava sempre più attenzione alle parole delle canzoni e, finalmente, l’illuminazione: Cudi, in ogni sua canzone, parlava di sé. Non dev’essere difficile, pensò il regista. Posso farcela anch’io.

E così accadde. E il film fu scritto. Poi girato.

Indovinate chi compose la colonna sonora? Proprio Kid Cudi. Che, come se non bastasse, fu scritturato senza audizione per una delle parti.

La creatività guarisce. E trova posti di lavoro.

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