L’inevitabile schianto della cometa hipster

Le comete hanno una vita relativamente breve. Possono svanire dopo troppi passaggi vicino al sole; oppure frammentarsi con altri corpi o a causa di un outburst; altrimenti schiantarsi da qualche parte, entrando in collisione con un pianeta. La fine più violenta per queste pallozze di ghiaccio, che – beate loro – non hanno davvero la più pallida idea di cosa effettivamente significhi fare una fine brutale, impetuosa, traumatica.

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Al contrario delle comete, ogni singolo essere umano ha – almeno una volta nella vita – avuto piena consapevolezza di questo fenomeno. Non necessariamente in senso letterale, è ovvio. La vita è un susseguirsi di progetti, e nonostante tutto il nostro impegno e i nostri buoni auspici, la riuscita non è mai assicurata. E questo lo sappiamo tutti, non c’è bisogno che venga a dirvelo io.

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Digressioni e voli pindarici a parte, oggi ho proprio voglia di parlarvi di Comet, un film indie che mi capitò di guardare tempo fa e caso palesissimo di nomen omen. Più cometa di così, ragazzi, non so. Un film per cui nutrivo grandi aspettative, di un regista al debutto, con un look & feel davvero stupendi. Ero molto emozionata. Poi, vabbè, io amo Justin Long, così come le storie come questa, che qualcuno aveva addirittura paragonato ad Annie Hall e 500 Days of Summer.

È il 5 Giugno 2013 quando Deadline Hollywood annuncia l’inizio della produzione di Comet, con Justin Long ed Emmy Rossum nei ruoli principali. Il film viene definito una quirky indie romantic comedy. Dietro la macchina da presa c’è Sam Esmail, che ha anche scritto il film; producono Milestone Media ed Anonymous Content. Sam Esmail è al debutto alla regia di un lungometraggio – e onestamente ho più credits io di lui su IMDb. Ha scritto e diretto qualche episodio di Mr. Robot di recente, il che gli ha fatto recuperare qualche punto di rispetto. Ma fino al 2014 non avevo davvero idea da dove diavolo spuntasse fuori questa persona.

Non prendete le mie parole per snobismo: cerco sempre di approcciare  film e talenti che non conosco con l’apertura mentale di chi ama il mondo del cinema, con il rispetto per coloro che ci lavorano – non senza difficoltà – e con la stima che si merita un regista a cui viene data l’opportunità di debuttare dietro la macchina da presa. Ma a sto giro avrei preso un volo per il New Jersey solo per prendere a schiaffi Sam Esmail. 

Proprio perché dirigere un film per la prima volta è l’occasione di una vita, non va sprecata. Mi sono sentita a disagio, guardando Comet. Avete presente quando assistete a una situazione imbarazzante e, pur non essendo coinvolti direttamente, provate quella sensazione di fastidio? Ho trovato Comet un debutto sprecato, uno schianto sul pianeta dell’apparenza-senza-sostanza, del costume design hipster, della troppa consapevolezza verso ciò che si sta compiendo.

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All’inizio del film, si annuncia che la storia si svolge nel corso di 6 anni in un universo parallelo. Cosa che si potrebbe sfruttare benissimo a livello strutturale, dando alla storia uno sfondo sci-fi capitalizzabile in milioni di modi differenti. Ma, a mio avviso, viene usata più che altro come “scusa” per strafare a livello di licenza poetica. Un esempio? Esmail mette in bocca ai protagonisti una lingua che nessuno parla e ha mai parlato nella vita vera. Nemmeno gli hipster più infoiati di Williamsburg.

Nonostante la bravura di Long e Rossum, non sono riuscita a sentire empatia verso i personaggi che interpretavano. Il film non decolla mai, sembra la brutta copia di 500 Days of Summer, dove tra l’altro c’era molta più chimica tra i due attori protagonisti. Ma la cosa più esasperante è il fatto che nella sceneggiatura si nascondano, qua e là, prove di scrittura intelligente. A parte i dialoghi, veloci e serrati al limite del mal di testa e pieni di frasi che nemmeno gli hipster più infoiati di Williamsburg – come dicevo – pronuncerebbero, io del buono in Comet l’ho trovato.

Vi invito a guardarlo, quindi. Innervositevi, imbarazzatevi, ma soprattutto provate a scovare le gemme nascoste tra le pagine dello script. Perché non c’è niente di meglio di un film come questo per farvene apprezzare molti altri che consideravate fin troppo sopravvalutati.

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